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Perché ho partecipato al Trekking delle due Valli

Quel post di Elisa condiviso su facebook continuava ad arrovellare la mia mente e a solleticare la mia voglia di rimettermi in gioco e riprovare sensazioni ormai sopite da tempo: un trekking di 3 rifugi in 4 giorni per un anello intorno a Ormea ovvero il TREKKING DELLE DUE VALLI.

Il ricordo dei miei trekking, quanto è lontano nel tempo... due conti e... sì l’ultimo trekking a cui ho preso parte era il doppio trekking intorno al Gran Paradiso: 8 giorni per percorrere il lato sud e ovest ed altri 8 giorni per gli altri due lati. Ma allora ci portammo tenda, sacchi a pelo sulle spalle, fornellini, vettovaglie e stoviglie.


L’ho letto in maggio ma c’erano altre priorità. Passa giugno, passa luglio e finiscono anche le ferie. Ad agosto ci penso intensamente, mi scarico i

programma ed inizio a parlarne. La curiosità mi conquista e
scopro, piacevolmente, che si tratta di un’esperienza alla portata di una “cittadina” come me. Innanzitutto non ci sono grossi dislivelli, il giorno più pesante prevede una camminata di 5 ore e mezzo, il che vuol dire
che, spalmando soste ben calibrate, si sta all’aria aperta per 7 ore ma soprattutto gli organizzatori si occupano del trasporto da un rifugio all’altro dei bagagli! Sì posso farcela.


Ho ancora qualche dubbio, ma il piacere di indossare di nuovo gli scarponcini, di respirare la fresca aria di montagna, di calpestare i tappeti erbosi e profumati degli alti pascoli si fa sempre più vivace.
Ebbene sì! Ho confermato la mia partecipazione ma la data viene posticipata di una settimana: come si dice, colgo due piccioni con una fava; la settimana successiva potrà partecipare anche Salvo (mio marito) e
ci evitiamo le piogge torrenziali di sabato 12 e domenica 13 settembre.
Salvo e io andiamo in cantina a riesumare i nostri zaini. «Belli gli zaini! Sono vintage» esclama mio figlio quando li vede nascondendo un risolino sornione dietro il suo zaino sfavillante supermoderno. E così
mettiamo insieme scarponi, giacca a vento, mantella, e quanto ci serve per
affrontare il trekking. Siamo puntualissimi all’appuntamento e conosciamo i nostri compagni di viaggio: Gianni sarà l’accompagnatore, Michele e Franca saranno le altre due partecipanti; un gruppo di cinque persone che non impiegano molto tempo ad amalgamarsi e a fraternizzare.


 

 

Gio 17 settembre – 1° tappa: Danilo (gestore del Rifugio Chionea) carica subito i nostri bagagli sul suo pick‐up e poi ci dà uno strappo fino ad Albaretto. Ci inoltriamo in un incantevole bosco, l’umidità è quasi soffocante, sto soffrendo tremendamente il caldo perché i pantaloni
sono troppo pesanti. Mi sembra di vivere in una fiaba, il bosco incantato e il “folletto” che si presenta – inatteso – sul nostro cammino e ci invita ad entrare nella sua casa. Una gentilissima signora nata in una
sperduta borgata (ormai abbandonata) completamente immersa nel verde della rigogliosa vegetazione. Ci parla della sua infanzia e dei duri anni vissuti in montagna; non c’è tristezza nella sua narrazione, c’è la gioia di aver potuto condividere una vita a‐tu‐per‐tu con la Natura scandita dall’orologio biologico delle stagioni. Riprendiamo il nostro cammino e – senza quasi essercene accorti – arriviamo al Rifugio Chionea allestito nella vecchia scuola elementare e siamo noi gli unici ospiti del piccolo rifugio. Dopo una veloce doccia ci troviamo a guardare i colori del tramonto che pian piano si spengono, mentre Danilo predispone la tavolata con l’eccellente cena: squisiti i peperoni con la bagna caôda, ma un plauso va all’insalata di farro con le mele. Io aspettavo la frutta ed invece erano soltanto gli antipasti. Sono sazia e, gioco‐forza, devo rinunciare alle ultime portate. Qualche chiacchiera dopo cena scivola veloce e – senza neanche accorgercene – sono le 11 quando andiamo a dormire.


Ven 18 settembre – 2° tappa: per chi, come me, è cittadino svegliarsi nella magnificenza di una tersa e
luminosa giornata è un lusso negato. L’aria è frizzante, tutto intorno a me sembra emanare un’aura, una
potenza da sentirmi un tutt’uno con il cielo e con la terra. Prima di
incamminarci, visitiamo il piccolo ma ricco museo dei ricordi;
catalogabile come museo etnografico di carattere familiare, raccoglie
una quantità di oggetti che narrano la fatica e il sudore di chi viveva
la montagna e dalla montagna ne ricavava il sostentamento per sé e
per la famiglia. Lasciamo Chionea inoltrandoci in faggete e in boschi
con castagni ultracentenari e non posso trattenermi dall’abbracciarne uno. Incontriamo un recinto e due curiosi ma diffidenti cavalli si fanno ammirare nel magnifico mantello; Gianni raccoglie qualche mela e gli animali si avvicinano con delicatezza fino a sfiorargli la mano.

 

Proseguiamo attraversando piccoli torrentelli camminando per lo più sulla mezza costa in un comodo e ben segnato sentiero. Una breve sosta a Chiorina e poi continuiamo ad alzarci sulla balconata di Ormea fino a quando – uscendo sopra il bosco – godiamo di una magnifica vista a 360°; il Pizzo di Ormea troneggia da una parte mentre, sul versante opposto la nostra vista scende fino al mare. Per pranzo ci fermiamo sotto il porticato della chiesetta dedicata a San Giovanni. Ricordo ancora con che gusto e avidità ho assaporato il succulento panino (per me era un super‐paninone!) che ci ha preparato Danilo: pomodoro fresco con uno squisito olio. La pausa pranzo è allietata da uno show esclusivo di una marmotta. Dopo una lunga e piacevole pausa saliamo fino al lago Lao dove vedo per la prima volta i tritoni. Il laghetto è così limpido che sembra di poterli toccare.

 

 

Ho ancora negli occhi la sorpresa di aver visto i tritoni, quando – passeggiando fianco a fianco con Michele – lei mi mostra alla nostra sinistra la Corsica. «Come la Corsica? Noi da qui vediamo la Corsica?» mi viene da esclamare. Eppure il profilo di montagne è di un inequivocabile azzurro ben diverso dal mare e dal cielo. «Pensa – dice mio marito – potremo dire di aver visto la Corsica dal Piemonte». E subito invia lo scatto con whatsapp a gruppi di amici. Siamo saliti fin quasi a 1600 mt e ora pian piano scendiamo al rifugio Quarzina. L’attraversamento delle piccole borgate mi fa tornare in mente quanto i montanari fossero attenti nelle costruzioni dei collegamenti tra i piccoli insediamenti: le strade di fondovalle – retaggio di Giolitti – hanno snaturato il concetto di collegamento in alta montagna che si sviluppavano quasi interamente in senso orizzontale. Gianni dà indicazioni architettoniche, racconta leggende e verità sulla trasformazione di questi posti e anche oggi, passo dopo passo, giungiamo in rifugio. Potrei usare per il Quarzina le stesse parole utilizzate per descrivere la serata al Chionea. Qui va aggiunto che la serata ha avuto un divertente epilogo con le carte da gioco: è vergognoso giocare a scala 40 quando un giocatore ha 3 jolly in mano!


Sab 19 settembre – 3° tappa: si parte un po’ prima: oggi percorreremo la tappa più lunga ed iniziamo scendendo su Ponte di Nava. L’aria è fresca e inebriante e il benessere interiore che provo cozza violentemente con l’attraversamento – lungo la strada asfaltata – di Nava, ma la sosta al bar è piacevole, almeno per fare pipì comodamente! Cambia l’accompagnatore: troveremo Gianni questa sera nel terzo rifugio. Ora conosciamo Mirko. Le chiacchiere sono più sciolte e come un
fiume in piena ci troviamo a seguire il Tanaro. «Il fiume Po
dovrebbe chiamarsi fiume Tanaro perché questo è l’affluente più lungo». Avevo letto
alcuni articoli fatti circolare da Raffaella sulla querelle. Riprendendo la salita entriamo di nuovo nel bosco. Sembra che il tempo si stia guastando e quando usciamo al colle Bocchin di Semola grossi nuvoloni si sono addensati sulle montagne. La sosta per il pranzo è quindi velocissima, poi – proseguendo a mezza costa – superiamo Prale. Il tempo tiene e ci aspetta l’ultima salita della giornata: «siamo sicuri che questo è un sentiero? Ha più l’aspetto di letto di torrentello ora asciutto». I bastoncini da camminata – finora quasi superflui, sono qui indispensabili per scavalcare grossi massi e profondi dislivelli nel sentiero.
Ancora un altro pianoro sempre nel bosco e il rifugio Pian dell’Arma si materializza davanti a noi. Non sono neanche le 16.00 e già siamo in rifugio; l’idea di prendere pioggia ci ha spinto a ridurre le soste. E la pioggia arriva ma all’ora di cena mentre noi stiamo gustando le prelibatezze del presidio slow food di cui il rifugio fa parte: le frittelle di rapa, buone come le patatine chips, rimanevano nei piatti di portata un amen.


Dom 20 settembre – 4° tappa: dalla finestra della nostra camera i primi raggi del sole entrano colorando il mare di rosa e arancione. In lontananza uno sfavillio mi incuriosisce: «sono le cave di marmo delle alpi Apuane» mi dice Marina e sono lì sembrano vicinissime. Metà del gruppo è partito prima dell’alba con Gianni per andare a vedere il sorgere del sole; Marina ci accompagna per un pezzo fino a farci raggiungere Gianni sulle pendici del monte Armetta.

 

Siamo nel punto più alto del trekking. Lo sguardo si apre a 360°; il panorama è magnifico, così vario, così unico: da una parte il mare (ma la Corsica è nascosta dalle nubi) con le barche a vela che ricamano la loro rotta sull’azzurro intenso e la costa con i piccoli porticcioli, mentre sulle Alpi Marittime il sole dona al paesaggio i primi tocchi di colori autunnali, esaltando il verde intenso del fondo valle e donando una brillante tonalità ai pascoli. Ormea è là in fondo. La distanza mi fa quasi girare la testa. Laggiù tornerò alla civiltà: all’auto che ci aspetta, alla strada che ci riporterà a Torino, a casa, al lavoro. Ma in questo momento non c’è spazio per la quotidianità; voglio riempirmi gli occhi con questa meraviglia della Natura e i polmoni di aria frizzante assaporando tutti i profumi esalati dalla flora, voglio sentire il vento che trasporta rumori lontani e soffia fra le rocce. Qui c’è pace. Gli uomini del Medioevo salivano sulle cime dei monti per sentirsi più vicini a Dio. Io ho realizzato il mio sogno: forse la mia spiritualità si manifesta in queste esperienze.
Ora dobbiamo affrontare 1000 mt. di dislivello in discesa. Anche qui i bastoncini da camminata si sono rivelati indispensabili.

 

 

Nel primo tratto la discesa non è particolarmente impegnativa, ma il sentiero spesso si confonde nell’erba alta dei pascoli che attraversiamo. Dopo la breve sosta per il pranzo riprendiamo il cammino e il pendio si fa più scosceso; ma, camminando sempre nel bosco, mi aiuto con rami e radici nei passaggi più ostici. La stanchezza si fa sentire eppure Ormea sembra lì ad un soffio ma un segnale del sentiero spostato malamente ci porta fuori strada: per me è drammatico, ero convinta di essere arrivata ed invece questa mezzora di percorso sbagliato mi opprime. Le gambe vanno dove vogliono, non riesco a coordinare il respiro con il passo, spesso mi inciampo, ho bisogno di fermarmi ma non possiamo fare soste: dobbiamo arrivare in tempo per recuperare in tempo i nostri bagagli. Camminare è anche questo: odiare l’idea di aver deciso di affrontare l’esperienza, rimpiangere il divano e il televisore, ma continuare a mettere un piede davanti l’altro, inciampandosi qualche volta, sentendo il sudore che scende nella schiena e le spalle che non ne possono più di trasportare lo zaino. Mentre i suoni del paesino si fanno sempre più vicini.
Arrivata davanti al Tanaro mi sono lasciata cadere a terra, all’ombra di una betulla, appoggiata allo zaino abbandonato al suolo. Non ho più fatto un passo che non fosse indispensabile. La stanchezza è tangibile, quasi opprimente, ma ce l’ho fatta. Anche con la sclerosi multipla.

E pensare che due giorni prima della partenza la neurologa aveva sentenziato: «signora, la sua è una forma progressiva, lei non se ne accorge ma la malattia procede».

 

p.s. Che cosa mi è rimasto? Un’ottantina di fotografie che girano ogni 30 secondi sul video del mio computer in ufficio per ricordarmi che non è stato solo un bel sogno!

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