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via Pian dell'Arma, 12070 Caprauna, Italia

Valle Pennavaire al femminile

 

Il racconto di una cittadina trasferita al mare innamorata dell’entroterra Ligure e della montagna che bacia il mare che per un puro caso (le casualità della vita bisogna saperle interpretare e io non ne sono tanto capace) si è trovata in una valle dimenticata da tutti e quindi lasciata come era tanti tanti anni fa, la val Pennavaire, a due passi dal mare dove la roccia calcarea si alterna alla macchia mediterranea e ancora si possono vedere i ripidi terrazzamenti un tempo coltivati sino ai 1380 metri del Colle di Caprauna.

Una valle ricca di reperti risalenti all’era preistorica (il paleolitico) perché ricca di caverne (localmente chiamate arme) e una delle prime abitate dai Liguri, un popolo di cacciatori come tutti all’epoca, le “arme” sono presenti in tutta la valle.

La civiltà attuale ha diviso la valle in 2 regioni e 2 provincie ma parlano tutti il dialetto ligure con inflessioni diverse, ma anche i piemontesi parlano ligure.

Una valle che in estate, sciolta la neve è verde smagliante dalle faggete alle pinete, ai suoi vasti pascoli, un luogo irresistibile con le falesie di roccia che fanno da cornice, paesaggi spaziosi, ambienti senza tempo, un luogo davvero speciale capace di farsi affezionare e di far ritrovare il più profondo che esiste in ognuno di noi.

Un microclima diverso a seconda dell’esposizione con specie di fiori e piante che si sono radicate a basse quote e che in molti casi si trovano solo qui.

Bisogna camminarla per scoprirla, un paio di scarponcini una felpa e se come me amate il nordic walking, i bastoncini.

Io parto dal rifugio Pian dell’Arma salgo e scendo, un’altalena di alti e bassi di fiatone e di respiri lunghi e rilassati che liberano la mente dall’inquinamento psicologico di quest’era frenetica che ci sta collassando giorno dopo giorno.

 

Una valle alle femminile il torrente che la percorre è il Pennavaire, tutto detto e la camminata che fate con me alla scoperta di questi luoghi è una rivelazione da donne che non dimenticano di essere tali anche in montagna, che non rinunciano ai loro sentimenti e alla loro natura “più sensibile” e anche più vanitosa dedita al benessere psicofisico e che ogni passo riempie il cuore e gli occhi del bello che ci circonda e che ci fa stare in forma.

Partendo dal Pian dell’Arma superiamo le case dell’Arma che a parte una alla sx le altre sono in brutto stato di conservazione, dimenticate dagli anziani proprietari che le abitavano nella bella stagione per portarci le mucche e le capre al pascolo. Donne e bambini salivano all’Arma, detto così perché sotto alle falesie c’è una caverna che serviva anche da stalla oltre che per ricovero dei pastori. Alle case dell’Arma ci rimanevano da maggio a ottobre inoltrato sperando di non farsi sorprendere dalla prima neve.

Seguo il sentiero che a tratti fa vedere uno splendido panorama sino al mare, con lo sguardo percorro i declivi, le piccole borgate e poi mi tuffo in un’acqua che da quassù è sempre verde-blu. Restringendosi un po’, non lo perdo anche con la nebbia è segnato di giallo, arrivo ad un bivio o scendo e mi congiungo con la vecchia mulattiera, ora strada sterrata che porta al colle San Bartolomeo oppure salgo su un ripido e pietroso pendio che gira intorno alle falesie e arrivo ai pascoli alti, dove vi voglio portare. Pascoli semi-abbandonati con piccole case in pietra qua e là abbandonate, ma non tutte c’è la casa di Steef l’olandese che torna qui dalla fine della primavera all’autunno e che anno dopo anno aggiusta ora un pezzo di tetto, ora un muro pericolante. Anche lui ha trovato la sua dimensione in questo luogo e non vede l’ora di trasferirsi definitivamente nella sua vecchia casa sperduta sui pascoli che portano all’Alta Via dei Monti Liguri.

Steef che quando arriva ogni tanto scende al rifugio per leggere le mail, per bere un bicchiere e fare due ciance, che conosce la valle palmo a palmo e che cerca di imparare l’italiano.

Per non fare il giro dal sentiero “ufficiale” taglio dal prato che sale alla mia destra dove vedo là poco distante le tracce bianche e rosse di vernice del sentiero che porta a Colla Bassa, mi volto a guardare nuovamente il panorama che ora è dominante sin giù al mare e mi pare d’abbracciare il mondo intero, la mia mente e il mio cuore salutano tutti, laggiù davanti a me la Corsica placida sguazza nel mare, potessimo salutarci… magari …. buongiorno, bonjour

Vedo altre vecchie case, alcune ristrutturata in modo obbrobrioso con mattoni al posto delle pietre mancanti, con intonaco non colorato ecco che noi “moderni” roviniamo sempre tutto il bello che ci hanno lasciato.

I prati di questi pascoli non hanno visto bestiame negli ultimi tempi, l’erba è alta i piccoli arbusti stanno avanzando e se anche quest’estate non arriveranno capre e mucche si deteriorerà ulteriormente.

 

Perché non si fa qualcosa penso con stizza, vorrei coinvolgere la popolazione, i proprietari dei pascoli, far arrivare pastori e animali per farli rivivere per far indietreggiare le piante che prendono piede, quando ne parlo con chi vive in Paese oltre che a sgranare gli occhi e a pensare che sono matta, con le braccia abbandonate lungo il corpo mi dicono che non c’è più nulla da fare, loro sono vecchi.

Continuo a salire osservando i declivi, le pinete sotto al Monte della Guardia alla mia sinistra e le montagne delle Alpi Marittime davanti a me alte e aguzze sino ad arrivare a Colla Bassa, in quest’ultimo tratto prima della Colla sto ben attenta a cercare con lo sguardo le fatte del lupo, tutte le volte che salgo quassù le vedo e cerco di indovinare quale è stato l’animale mangiato, più volte le ho raccolte e le conservo in vasi di vetro, ma non posso riempire la mia camera di vasetti di cacca, non fa fine.

A Colla Bassa il panorama si apre sulla Valle Tanaro in basso e sui monti che la circondano, un sentiero ripidissimo scende da qui per poi girare intorno alla montagna e arrivare a Ormea da una via ripida ma meno scoscesa di quella che scende dal Monte Armetta. Severino mi racconta che quando i mulini di Alto non erano più in funzione con i muli dal paese salivano alla Colla e scendevano a Ormea per far macinare il grano, accipicchia quella si che era fatica, da Caprauna ci sono 600 metri di dislivello, io cerco pace, relax,quiete e loro dovevano sopravvivere, non erano certamente stressati, magari stanchi e spossati dalla fatica e spesso anche dalla fame!

Salgo in direzione del Monte Armetta, “piccola arma” fatto a becco per ripararti ma è impossibile ricoverarsi sotto lo sperone, cadrei nel vuoto, prima di arrivare all’Armetta faccio una sosta in una caverna il Gard del Dighea sul versante della Val Tanaro, tutto un intrico di calcari dolomitici con uno sviluppo complessivo di circa 250 metri.

E finalmente arrivo all’Armetta, tutte le volte guardo subito giù dagli strapiombi per vedere Ormea e il suo centro storico fatto a cuore, davanti a me l’aguzzo Pizzo d’Ormea e la cima dell’Antoroto, subito sotto alla cima del Pizzo riconosco il rifugio Valcaira una casettina alla quale da tanti mesi mi riprometto di ‘andarci.

Mi siedo qui con una visuale che spazia dal mare alle catene delle Alpi pensando a quanto sono fortunata a conoscere e godere di un luogo simile, penso alle mie amiche chiuse negli uffici o in coda in auto, in appartamenti nei palazzi che paiono loculi e che non sanno quel che si perdono…………ma a loro e a molte altre il mio sogno è di incuriosirle e di portarle con me su e giù nella Valle Pennavaire.

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